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Storia, memoria e riflessione sulle “streghe” della Valtellina e delle Alpi

Rotary Club Meda e delle Brughiere

Una serata densa di storia e riflessione quella organizzata dal Rotary Club Meda e delle Brughiere, alla quale hanno partecipato con piacere il Rotary Club Colli Briantei e il Gruppo Comunitario Rotariano “Germogli di Speranza”. Il momento centrale della conviviale è stato la relazione del socio Antonio Colleoni, che ha guidato i presenti in un viaggio appassionante nella storia delle presunte “streghe” nella Valtellina e, più in generale, nelle regioni alpine.

La relazione di Colleoni non si è limitata a elencare processi e sentenze: ha ricostruito il fenomeno inserendolo nel contesto sociale, economico e culturale delle comunità alpine. In montagna, ha spiegato, il sospetto e la paura nascevano spesso in tempi di carestia, malattie del bestiame, infortuni o rivalità locali; in contesti così fragili la spiegazione “sovrannaturale” diventava una modalità per dare senso al dolore e individuare un colpevole.

Colleoni ha sottolineato come la persecuzione delle persone ritenute responsabili di malefici abbia spesso seguito dinamiche comuni: denunce fra vicini, l’intervento di magistrature complesse (talvolta locali, talaltra ecclesiastiche o inquisitoriali), e l’uso della tortura e di confessioni estorte come strumenti giudiziari. Ha inoltre ricordato che, sebbene la gran parte delle accusate fossero donne guaritrici, levatrici o semplici contadine l’età, lo stato sociale e i rapporti interpersonali giocavano un ruolo determinante nelle accuse.

Nelle Alpi e nella Valtellina il fenomeno assume peculiarità legate all’ambiente montano. Colleoni ha illustrato come la cultura popolare alpina avesse conservato una ricca tradizione di rimedi erboristici, rituali apotropaici e pratiche di protezione a volte esercitate da figure femminili esperte di erbe e partorienti che potevano essere ambivalenti agli occhi della comunità: fonte di aiuto ma anche di sospetto quando qualcosa andava storto.

Ha poi esplorato alcune credenze tipiche: la natura dei malefici attribuiti (malattie del bestiame, malattie improvvise, tempeste), il ruolo dei “segni” sul corpo nelle accuse, e la persistenza di superstizioni legate ai luoghi isolati (boschi, alpeggi, cappelle remote). La montagna, con la sua durezza e i suoi riti collettivi, strutturava una visione del mondo in cui il confine fra il naturale e il soprannaturale era spesso sottile.

Antonio Colleoni ha richiamato l’attenzione sulle fonti storiche: atti processuali, registri parrocchiali, cronache locali e tradizioni orali che sono fondamentali per riassemblare la vicenda delle accuse di stregoneria. Ha evidenziato come la ricerca richieda cautela separare il dato documentario dalla leggenda e come gli archivi di curia, i registri notarili e le testimonianze popolari custodiscano tracce imprescindibili per comprendere come si costruivano le accuse e quali conseguenze portavano alle famiglie coinvolte.

Un capitolo importante della relazione ha riguardato la dimensione di genere: le donne accusate erano spesso quelle che occupavano ruoli marginali o che esercitavano competenze di cura e sapere popolare. Colleoni ha rimarcato come la “caccia alle streghe” sia stata anche un fenomeno di controllo sociale, in cui si reprimevano comportamenti non conformi ai modelli familiari e comunitari dell’epoca.

La conferenza ha poi spostato il focus verso il patrimonio immateriale: filastrocche, preghiere apotropaiche, canti e rituali che oggi sono divenuti oggetto di studio e di salvaguardia. Questi reperti di folklore mostrano come le comunità alpine abbiano continuato a elaborare storie di “fatture” e protezioni, trasformando spesso la memoria di tragedie passate in forme narrative e di avvertimento.

Colleoni ha chiuso la sua relazione con una riflessione civile: ricordare le vittime delle persecuzioni per stregoneria non è un mero esercizio filologico, ma un atto di giustizia storica e di consapevolezza sociale. La conoscenza degli errori passati aiuta a riconoscere dinamiche di sospetto, esclusione e violenza che possono ripresentarsi sotto altre forme nella diffamazione, nella marginalizzazione o nella giustificazione di soprusi.

La conviviale del Rotary Club Meda e delle Brughiere si è rivelata un esempio riuscito di come il Rotary possa promuovere cultura e riflessione pubblica: non solo servizio, ma anche cura della memoria storica e impegno nel contrastare forme di ingiustizia. Alla luce di quanto emerso, il richiamo finale è stato chiaro: coltivare la conoscenza del passato per costruire comunità più giuste, informate e solidali.

(Articolo di Massimo M. Vialardi, RC Colli Briantei)

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